La crisi dell’ILVA di Taranto viene generalmente affrontata come una questione industriale, ambientale, occupazionale o giudiziaria. Tutte queste prospettive sono necessarie, ma nessuna, considerata isolatamente, appare sufficiente a rappresentare la complessità del problema. Esiste infatti una dimensione ulteriore, che riguarda direttamente la bioetica: il rapporto tra tutela della vita e della salute, dignità del lavoro, giustizia sociale, responsabilità pubblica e diritti delle generazioni future.
Ho vissuto per molti anni a Taranto e conosco il rapporto profondo, e spesso dolorosamente contraddittorio, che lega la città alla grande fabbrica. Proprio per questo ritengo che la discussione sul futuro dell’ILVA non possa essere ridotta alla contrapposizione tra chi ne invoca la chiusura per ragioni sanitarie e ambientali e chi ne difende la continuità in nome dell’occupazione. Porre il problema in questi termini significa continuare a chiedere ai tarantini di scegliere tra due diritti fondamentali, che una società civile dovrebbe invece essere capace di tutelare contemporaneamente.
Non è seriamente contestabile che Taranto abbia sostenuto un costo sanitario e ambientale molto elevato per essere stata, per oltre sessant’anni, uno dei principali poli siderurgici europei. Studi epidemiologici, indagini sanitarie e procedimenti giudiziari hanno progressivamente delineato un quadro che non consente di considerare le conseguenze dell’inquinamento industriale come una semplice esternalità inevitabile dello sviluppo economico. Dietro i dati epidemiologici esistono persone, famiglie, lavoratori e, soprattutto, bambini. La tutela della produzione non può quindi giustificare la prosecuzione indefinita di attività che determinino rischi gravi e prevenibili per la salute della popolazione.
Questo principio, tuttavia, non risolve da solo il problema. Taranto continua infatti a dipendere in misura rilevantissima dal complesso siderurgico. Ai lavoratori direttamente occupati nello stabilimento devono essere aggiunti quelli dell’indotto e, più in generale, quella parte dell’economia locale che vive della circolazione di reddito generata dalla fabbrica. Una cessazione della produzione non accompagnata da un progetto economico alternativo produrrebbe inevitabilmente effetti che andrebbero ben oltre la perdita dei singoli posti di lavoro, investendo commercio, servizi, mercato immobiliare, capacità di spesa delle famiglie e prospettive delle nuove generazioni.
Da un punto di vista bioetico, questo aspetto non può essere considerato secondario. La salute non coincide con la sola assenza di malattia. Condizioni economiche, occupazione, istruzione, abitazione, possibilità di accedere alle cure e qualità dell’ambiente sociale costituiscono determinanti essenziali del benessere individuale e collettivo. Disoccupazione strutturale, impoverimento ed esclusione sociale producono anch’essi conseguenze sulla salute e sulla dignità delle persone.
Occorre naturalmente evitare un equivoco: il danno sanitario prodotto dall’inquinamento industriale e quello sociale derivante dalla disoccupazione non sono fenomeni sovrapponibili e non devono essere utilizzati l’uno per giustificare l’altro. Il punto è diverso. Una politica pubblica responsabile non dovrebbe costringere una comunità a scegliere tra la protezione della salute e la possibilità di mantenere condizioni dignitose di esistenza.
È questo, a mio avviso, il nodo bioetico fondamentale del caso ILVA. Per troppo tempo il lavoratore tarantino è stato posto davanti a una scelta che non avrebbe dovuto esistere: tutelare il proprio lavoro, dal quale dipende il sostentamento della famiglia, oppure chiedere la cessazione di attività potenzialmente dannose per sé stesso, per i propri figli e per la comunità nella quale vive.
Un’immagine proveniente dalla storia culturale della stessa Taranto aiuta a comprendere la drammaticità di questa condizione. La città, fondata secondo la tradizione nel 706 a.C. dai Parteni guidati da Falanto, fu l’unica colonia spartana della Magna Grecia e divenne uno dei maggiori centri politici, economici e culturali del Mediterraneo occidentale. Fu la città di Archita, filosofo, matematico e uomo politico, e diede i natali a Leonida di Taranto, uno dei maggiori epigrammisti dell’età ellenistica.
In uno dei suoi epigrammi funerari Leonida immagina la tomba del naufrago Diocle, mentre altri marinai, pur avendola davanti agli occhi e conoscendo dunque il pericolo, continuano a prendere il mare. La distanza storica è enorme, ma l’immagine conserva una sorprendente capacità evocativa. Per decenni migliaia di lavoratori hanno continuato a entrare nello stabilimento pur conoscendo i problemi ambientali, le vicende sanitarie e le storie delle famiglie colpite. Non perché avessero scelto la produzione contro la salute, ma perché da quel lavoro dipendevano il reddito, la casa, l’istruzione dei figli e la stabilità della propria famiglia.
La libertà di scelta, quando è condizionata dalla necessità economica, rischia di diventare soltanto formale. Ed è precisamente compito della politica rimuovere quella condizione di necessità, non limitarsi a chiedere ai cittadini quale dei due rischi preferiscano affrontare.
La vicenda di Taranto pone inoltre un problema evidente di giustizia distributiva. Per decenni l’acciaio prodotto nello stabilimento ha contribuito allo sviluppo dell’intero sistema industriale italiano. È stato utilizzato nell’automotive, nelle infrastrutture, nella meccanica, nella cantieristica, nell’edilizia e in numerosi altri settori. I benefici economici della produzione siderurgica sono stati quindi distribuiti su scala nazionale, mentre una quota rilevante dei costi ambientali e sanitari è rimasta territorialmente concentrata.
Ne deriva una responsabilità che non può essere attribuita esclusivamente a Taranto. Se il Paese ritiene oggi necessario superare un modello produttivo divenuto incompatibile con gli standard ambientali e sanitari contemporanei, il costo della trasformazione non può essere scaricato sulla comunità che ha già sostenuto per decenni la parte più gravosa delle sue conseguenze.
In questo senso si può parlare di un vero e proprio credito di giustizia di Taranto nei confronti del Paese. Non si tratta di rivendicare assistenza permanente o compensazioni meramente economiche, ma di riconoscere che la transizione deve essere sostenuta dalla collettività nazionale nella stessa misura in cui nazionale è stato il beneficio derivante dalla produzione siderurgica.
La tutela della salute deve rappresentare un limite invalicabile, ma la semplice chiusura degli impianti non costituisce una politica industriale né, tantomeno, un progetto per il futuro della città. Il problema decisivo non riguarda soltanto quando e come interrompere determinate produzioni, ma quale struttura economica dovrà sostituirle.
Occorre quindi uscire dalla logica dell’emergenza che ha caratterizzato gran parte della gestione dell’ILVA negli ultimi anni. Commissariamenti, decreti, interventi finanziari, contenziosi e soluzioni temporanee hanno consentito di rinviare ripetutamente il momento della scelta, senza risolvere la contraddizione originaria.
Taranto necessita invece di una strategia di lungo periodo, sostenuta dallo Stato e verificabile nei risultati. Un Patto nazionale per Taranto, con un orizzonte almeno ventennale, potrebbe rappresentare lo strumento attraverso il quale coordinare tutela sanitaria, bonifica ambientale, trasformazione industriale e diversificazione economica.
Il primo ambito dovrebbe riguardare la salute pubblica. Taranto potrebbe diventare un territorio prioritario nazionale per screening oncologici, prevenzione, pediatria ambientale, epidemiologia, medicina del lavoro e ricerca sugli effetti delle esposizioni industriali. Una popolazione che ha sostenuto per decenni un rischio ambientale particolare ha diritto a una tutela sanitaria proporzionata.
Il secondo riguarda la bonifica ambientale, che non dovrebbe essere considerata soltanto come una voce di costo. La riqualificazione dello stabilimento e delle aree contaminate richiederà competenze tecniche, imprese specializzate, ingegneri, laboratori e lavoratori per un periodo molto lungo. Una parte significativa delle professionalità oggi presenti nello stabilimento e nell’indotto potrebbe essere riqualificata e impiegata in questo processo. La bonifica diventerebbe così contemporaneamente intervento ambientale, investimento pubblico e strumento occupazionale.
Il terzo ambito riguarda la siderurgia futura. L’Italia deve decidere in maniera definitiva se considera strategico conservare una capacità nazionale significativa di produzione dell’acciaio. Se la risposta è positiva, Taranto può continuare ad avere un ruolo, ma attraverso una trasformazione tecnologica profonda: progressivo superamento del ciclo tradizionale, forni elettrici, preridotto, decarbonizzazione e utilizzo delle migliori tecnologie disponibili. L’obiettivo non dovrebbe essere conservare artificialmente l’ILVA del Novecento, ma verificare se sia possibile costruire a Taranto una siderurgia compatibile con il XXI secolo.
A questa trasformazione deve necessariamente accompagnarsi una garanzia sociale della transizione. Nessun lavoratore dovrebbe diventare la vittima economica di una decisione adottata nell’interesse della salute collettiva. Sono necessari strumenti di sostegno al reddito, pensionamenti quando concretamente praticabili, ricollocazione, incentivi alla riconversione delle imprese dell’indotto e soprattutto programmi formativi collegati a opportunità occupazionali reali. La formazione priva di una prospettiva concreta di assunzione rischia di diventare soltanto un modo amministrativamente più sofisticato di gestire la disoccupazione.
Il punto più importante, tuttavia, consiste nella diversificazione dell’economia cittadina. Anche nell’ipotesi in cui Taranto conservasse una significativa produzione siderurgica ambientalmente trasformata, non dovrebbe più dipendere in maniera così radicale da un unico grande insediamento industriale.
Le condizioni per costruire un modello differente esistono. Taranto dispone di un porto di rilevanza mediterranea, di competenze industriali e navali, di una tradizione legata al mare, di una presenza importante della Marina Militare e di potenzialità nei settori della logistica, della cantieristica, della manutenzione navale, dell’economia del mare, delle energie rinnovabili e delle tecnologie ambientali.
A queste risorse si aggiunge un patrimonio culturale che appare ancora sproporzionatamente sottoutilizzato rispetto alla sua importanza. Poche città europee possono vantare quasi tremila anni di storia, le testimonianze di una delle principali città della Magna Grecia, gli Ori di Taranto, il Museo Archeologico Nazionale, la Città Vecchia e il Castello Aragonese. Taranto possiede le condizioni per sviluppare anche un’economia culturale e turistica significativamente più importante di quella attuale.
L’obiettivo non dovrebbe quindi essere sostituire una monocultura industriale con un’altra, ma creare un sistema economico nel quale siderurgia trasformata, porto, logistica, economia del mare, ricerca, cultura, turismo e nuove attività produttive possano convivere. Soltanto in questo modo un’eventuale futura crisi di uno di questi settori non tornerà a coincidere con una crisi dell’intera città.
Per coordinare un processo di tale complessità potrebbe essere utile istituire un’Agenzia nazionale per la transizione di Taranto, con partecipazione dello Stato, della Regione e degli enti locali e con il contributo delle università, delle parti sociali e della società civile. Non un ulteriore luogo di concertazione, ma una struttura dotata di risorse pluriennali, responsabilità definite e indicatori pubblici attraverso i quali misurare annualmente aree bonificate, riduzione delle emissioni, lavoratori ricollocati, nuove imprese insediate, occupazione creata e andamento degli indicatori sanitari.
La bioetica impone infine di considerare coloro che hanno minore possibilità di partecipare alle decisioni che determineranno il loro futuro: i bambini e le generazioni che verranno.
I bambini di Taranto hanno diritto a crescere in un ambiente che non comprometta la loro salute, ma hanno anche diritto a vivere in una città nella quale le loro famiglie dispongano di un reddito dignitoso e nella quale, una volta adulti, possano trovare opportunità senza essere necessariamente costretti a partire.
La giustizia intergenerazionale consiste precisamente nel non trasferire alla generazione successiva i costi che la nostra non ha saputo affrontare. Sarebbe quindi inaccettabile lasciare ai giovani di Taranto l’inquinamento prodotto dal passato; ma sarebbe altrettanto irresponsabile consegnare loro, come conseguenza della necessaria tutela ambientale, un territorio economicamente impoverito e privo di prospettive.
La storia di Taranto offre, da questo punto di vista, una prospettiva che merita di essere ricordata non per ragioni retoriche, ma perché aiuta a collocare la crisi attuale nella dimensione più ampia della vicenda della città.
Nel 927 Taranto subì una delle più gravi distruzioni della propria storia durante l’espansione musulmana nell’Italia meridionale. La città fu devastata, parte della popolazione venne uccisa e parte deportata. Per decenni Taranto rimase profondamente segnata da quella catastrofe.
Eppure non scomparve. Nel X secolo, nel contesto della riorganizzazione bizantina dell’Italia meridionale, la città venne ricostruita, fortificata e ripopolata. La sua ricostruzione viene tradizionalmente collegata al periodo dell’imperatore Niceforo II Focas, quando Taranto tornò progressivamente ad assumere un ruolo significativo nel sistema politico e militare bizantino dell’Italia meridionale.
Il parallelo con il presente deve naturalmente essere utilizzato con prudenza: le epoche, le cause e le condizioni non sono comparabili. Rimane però un dato storico significativo. Taranto ha già attraversato momenti nei quali la propria sopravvivenza sembrava compromessa ed è stata capace di ricostruire la propria funzione e la propria identità.
Oggi la ricostruzione necessaria non riguarda mura e fortificazioni. Riguarda l’ambiente, la salute, l’economia, il lavoro e la fiducia di una comunità nel proprio futuro.
L’ILVA rappresenta poco più di sessant’anni all’interno di una storia cittadina che ne conta quasi tremila. Sono stati sessant’anni decisivi, nei quali la fabbrica ha prodotto acciaio, occupazione, sviluppo, ma anche conflitti, inquinamento e sofferenza. Sarebbe tuttavia un errore storico identificare definitivamente il destino della città con quello dello stabilimento.
Taranto esisteva prima dell’ILVA e deve poter esistere dopo l’ILVA, qualunque sia la configurazione industriale che emergerà dalla transizione in corso.
La questione fondamentale non è quindi scegliere tra chiusura e produzione come se fossero le uniche alternative disponibili. È costruire le condizioni affinché la tutela della salute non determini il collasso economico della città e affinché la tutela dell’occupazione non richieda più di accettare rischi sanitari incompatibili con la dignità della persona.
Questa è una responsabilità che appartiene allo Stato, alle istituzioni locali, all’impresa, alle parti sociali e, in ultima analisi, all’intero Paese.
Taranto ha contribuito per decenni allo sviluppo industriale italiano e ne ha sostenuto una parte rilevante dei costi. Oggi non chiede di essere mantenuta artificialmente in vita né di conservare a qualsiasi prezzo un modello industriale appartenente al passato. Ha invece diritto a una transizione nella quale salute, lavoro e sviluppo non vengano nuovamente presentati come valori incompatibili.
La storia insegna che Taranto è già stata capace di rinascere dopo una distruzione che sembrava definitiva. La sfida contemporanea è diversa, ma non meno importante: fare in modo che dalla crisi dell’ILVA non nasca il declino irreversibile di una città, bensì l’occasione per costruire un modello economico e sociale finalmente sostenibile.
Taranto è rinata in passato. Può, e deve, rinascere ancora.
